Il poliamore dietro le tende rosse

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Chi va a prendere i figli a scuola? A volte una delle persone che li cresce ogni giorno per la legge non esiste. A volte basta una domanda pratica per riportare un discorso complicato al suo centro. Puoi parlare di amore, di consenso, di famiglie possibili, di vita condivisa. Poi arriva qualcuno dalla sala e dice: va bene, però nella realtà chi firma? Chi accompagna? Chi viene riconosciuto? Chi resta accanto a un figlio quando la famiglia che quel figlio vive ogni giorno non entra nei moduli, nelle deleghe, negli sportelli, nelle abitudini degli uffici?

È stato lì, dopo la proiezione del film, che la serata ha trovato il suo punto più concreto. Non nella voglia di spiegare tutto. Non nel bisogno di convincere. In quella domanda detta senza ostilità, con il tono di chi non vuole respingere nulla e desidera capire dove comincino davvero le difficoltà. Una persona, padre di una ragazza transgender, ha preso la parola con molta semplicità: “Io sono venuto qui per imparare”. Ha detto di non trovare nulla di scandaloso in una relazione poliamorosa fondata sull’affetto, sul consenso e sul rispetto.

Ha aggiunto che il problema, per lui, cominciava quando entravano in scena i figli e la mancanza di una cornice giuridica. Non era la vecchia obiezione “i bambini no”. Era una domanda più scomoda, perché più vera: se una famiglia esiste nella vita quotidiana e non esiste nella legge, chi paga il prezzo di questa assenza? Spesso lo pagano proprio le persone più vulnerabili, i figli, i partner non riconosciuti, gli adulti che hanno curato per anni senza poter dimostrare nulla quando arriva una crisi, una separazione, un lutto, una malattia.

In quel momento ho sentito che non serviva una risposta da manuale. Sarebbe stata comoda, forse perfino elegante. Avrebbe tradito il senso della domanda. Ho risposto come potevo, partendo dal vissuto, con tutti i limiti del vissuto. Ho detto che non ci sono maestri in sala. Ci sono storie. Ci sono esperienze parziali. Ci sono famiglie che bussano all’associazione, raccontano, a volte restano, a volte spariscono, a volte tornano dopo mesi con la voce rotta e la voglia di riprovare a dirsi. Ci sono persone che vivono una forma familiare più ampia e che spesso non trovano una casa nemmeno nelle parole. Troppo vicine alla tradizione per chi immagina il poliamore solo come libertà senza struttura. Troppo lontane dalla tradizione per chi riconosce la famiglia solo quando assomiglia a ciò che conosce già. Polifamiglie nasce in questo punto stretto. Si occupa di poliamore familiare, cioè di nuclei composti da più adulti che condividono affetto, responsabilità, cura, casa, fedeltà al nucleo, eventuale genitorialità e un progetto di vita.

Questa precisazione non serve a giudicare altri percorsi. Serve a nominare una realtà precisa. A volte una distinzione è una forma di rispetto. Dire “polifamiglia” non significa mettere tutto nello stesso sacco. Significa guardare una forma di vita e chiedersi quali domande porta con sé.

Il cinema, in questa serata, è stato il modo scelto per arrivare a quelle domande senza partire da un convegno. Prima un cortometraggio spagnolo, Il poliamore spiegato a madri e nonne, di Roberto Pérez Toledo. Poi El sexo de los ángeles, film del 2012 ambientato a Barcellona, in spagnolo e catalano. Il corto mette in scena il gesto forse più difficile e più quotidiano: provare a spiegare la propria famiglia a chi ti vuole bene e non ha ancora le parole per capirti. Il film segue invece la nascita di una relazione a tre, con desiderio, inciampi, gelosia, paura, attrazione, confusione, tenerezza, errori. Non offre una famiglia ideale da copiare.

Forse per questo ha funzionato. Non ha presentato una teoria travestita da trama. Ha mostrato persone che sentono qualcosa e cercano di capire che cosa farne. Dopo il film, infatti, non si è discusso di formule. Si è parlato di bambini, di stabilità, di responsabilità. Ho raccontato che nella mia esperienza, limitata e personale, quando un bambino cresce accanto ad adulti stabili, affettuosi e responsabili, può ricevere molto. Può sentirsi pieno di cure. Allo stesso tempo, una relazione ampia non diventa buona per il solo fatto di essere ampia. Le separazioni feriscono. La pressione sociale può fare paura. Il giudizio può spingere alcuni adulti a nascondersi, a scappare, a non reggere il peso delle proprie scelte.

Per questo, quando ci sono figli, la parola decisiva per me resta responsabilità. Il punto non è quanti adulti ci siano. Il punto è che quegli adulti siano capaci di esserci, di restare, di rispondere, di non trasformare i figli in spettatori delle proprie fughe. Una partecipante ha ricordato che i bambini soffrono le separazioni anche nelle famiglie composte da due genitori. Questo è vero. Nessuna forma familiare possiede automaticamente la virtù. Nessuna struttura salva da sola. Ci sono famiglie piccole piene di cura e famiglie grandi piene di ferite. Ci sono famiglie tradizionali che proteggono e famiglie tradizionali che schiacciano. Ci sono famiglie allargate in cui un bambino riconosce come zia, come parente, come figura di casa, una persona che i registri non saprebbero collocare. A volte i bambini guardano prima alla presenza: chi mi accompagna, chi cucina, chi torna, chi mi ascolta, chi mi tiene la mano quando ho paura.

Poi arriva il mondo degli adulti con le sue categorie, i suoi sospetti, i suoi documenti, i suoi vuoti. Lo stigma sociale resta un problema reale. Un figlio può essere preso in giro per la famiglia in cui cresce, come è accaduto e accade a figli di genitori separati, omosessuali, ricomposti, poveri, stranieri, o semplicemente non allineati alle aspettative del contesto. Il silenzio non protegge sempre. A volte lascia i bambini soli con il peso di una verità che tutti intorno fingono di non vedere. Durante l’incontro è emersa anche la questione della legge. La legge, quando nasce bene, dovrebbe guardare le realtà che esistono. Una norma senza realtà rischia di diventare astrazione. Una realtà senza norma rischia di diventare fragilità privata. Le polifamiglie esistono già. Alcune sono visibili. Molte no. Alcune hanno figli. Alcune li desiderano.

Alcune vivono insieme. Alcune non riescono ancora a farlo per ragioni economiche, familiari, sociali, legali. Il punto di partenza, per noi, non è pretendere che tutto sia semplice. È smettere di comportarsi come se non esistesse nulla. Anche la storia di Wonder Woman, ricordata durante la serata attraverso il libricino distribuito all’ingresso, dice qualcosa in questa direzione. William Moulton Marston, il suo creatore, visse con due donne in una famiglia che rimase a lungo nel riserbo. Wonder Woman porta tracce di quella storia: le due donne amate da Marston, il suo interesse per la verità, il lazo che costringe a dire ciò che è nascosto. Quella famiglia, per molto tempo, poté esistere solo proteggendosi dallo scandalo. Oggi possiamo raccontarla con più libertà. Questa libertà, però, non va data per scontata. Molte famiglie ancora oggi conoscono bene la prudenza, il calcolo, la paura di dire troppo, il timore che una confidenza diventi un’arma in mano ad altri. Forse è per questo che una serata di cinema può servire. Non perché un film risolva una questione sociale. Un film può aprire un varco.

Permette di guardare una storia prima di discutere una definizione. Permette a chi è lontano dal tema di avvicinarsi attraverso emozioni riconoscibili: la paura di perdere qualcuno, la fatica di dire la verità, la gelosia, il desiderio di essere scelti, il bisogno di una casa. Poi arrivano le domande. Alcune sono caute. Alcune sono tecniche. Alcune sono scomode. Se restano sincere, sono già un inizio. Alla fine della serata sono rimaste proprio queste domande: che cosa rende una famiglia una famiglia? Quante persone possono condividere responsabilità senza sparire agli occhi della società? Che cosa accade quando un bambino ha più di due figure adulte stabili e la legge ne riconosce solo alcune? Come si protegge l’amore senza raccontarlo come una favola? Come si dà dignità a una forma familiare senza negarne i problemi? Ringraziamo Fabio per la scelta dei film e per il lavoro sui sottotitoli, Agedo Torino per la presenza e il dialogo, Torino Pride Off e il Comune di Torino per il sostegno al progetto, e tutte le persone che hanno portato ascolto, dubbi, domande e pezzi della propria esperienza. A volte un primo incontro non deve chiudere il discorso. Deve renderlo possibile.

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